Sacco e Vanzetti. Assassinio di stato e solidarietà internazionale

“Se l’anarchismo era la punta più avanzata di questa lotta per la libertà contro la tirannia, la documentazione più concreta di una battaglia-simbolo combattuta proprio dagli anarchici, quella sul caso Sacco e Vanzetti, rappresentava simbolicamente uno dei riferimenti più avanzati di questa forma di pensiero, che pertanto avrebbe potuto essere colpita in maniera tanto pesante quanto letale” – L.Botta Le carte di Vanzetti Aragno ed. Torino 2019 pag 42.

E ancora: “La salute è in voi” – lettera di Bartolomeo Vanzetti ai compagni nel 1927 – a cura di Robert D’Attilio ed. Il Picconiere – El Paso – Villafalletto Cuneo 2007.

Centosette anni fa, il 24 dicembre 1919 a Bridgewater nel Massachusetts, alcuni individui tentarono una rapina ad un blindato. Vanzetti fu accusato di questo. Era un militante anarchico conosciuto alla polizia, si era occupato di scioperi, aveva volantinato, diffondeva pubblicamente idee sovversive, scriveva ed era stimato tra la sua gente, immigrati italiani che quel giorno erano da lui al porto di Plymouth a comprare pesce secondo una atavica tradizione natalizia. Quando insieme con Sacco fu anche accusato della rapina a South Braintree del il 15 aprile 1920, era già ritenuto colpevole della tentata rapina di dicembre, non per sentenza di tribunale, ma perché anarchico, immigrato e renitente alla leva. Tutti reati, questi ultimi, che gli verranno rinfacciati nei 7 anni di tortura processuale iniziati dall’arresto, il 5 maggio 1920. Dei reati attribuitigli, nella requisitoria dell’aprile 1927, a sentenza definitiva, rivendicava la verità e la logica: “Se io potessi rinascere due volte, per due volte rifarei quello che ho fatto finora. Voi mi condannate perché sono italiano, ed in effetti io sono italiano, e voi mi condannate perché sono anarchico, e io sono anarchico”. Lo disse in piemontese “Mi sun anarchic!” e qualcuno tradusse.

Quindi, una volta conosciuta la cronaca del caso Sacco e Vanzetti e la loro innocenza sui reati specifici, si smetta di rimarcare il vittimismo di due anime innocenti, si smetta di fare feticismo degli eroi e si parli del perché della loro condanna: essi erano colpevoli di anarchismo e le loro idee erano incompatibili con la Red Scare americana. Ed erano colpevoli di essere stranieri. In effetti il caso Sacco e Vanzetti attraversa tutti i temi che sono comuni alla emigrazione. Temi tuttora attuali. Il motivo per cui si abbandona il proprio paese, il  cammino, l’attraversamento, l’arrivo al porto, la selezione ai confini, il respingimento o la detenzione provvisoria in attesa di essere o meno accolto, il mercato del lavoro, la ricerca della casa, che era abbinata al lavoro – se lo perdevi perdevi anche la casa. E poi le lotte per un contratto, il riconoscimento dei diritti civili, il movimento operaio dell’emigrazione, soprattutto della Costa Atlantica, nel quale era presente il movimento anarchico, l’anarchismo di Luigi Galleani, al quale Nick e Bart aderirono fin dal 1912, prima con contributi al giornale di Galleani “Cronaca Sovversiva”, poi con articoli, ma soprattutto con opera di agitazione, propaganda e partecipazione agli scioperi e alla controinformazione. Ricordiamo che quel sabato 5 maggio del 1920, quando furono arrestati, avevano volantini che informavano dell’assassinio di Andrea Salsedo da parte della BOI, che poi diventerà FBI, con la stessa modalità della morte di Pinelli. Nel 1917, i nostri erano stati insieme nel Messico, renitenti alla leva della prima guerra mondiale. Ed ancora il Caso Sacco e Vanzetti riguarda la giustizia di stato, la repressione, il circuito carcerario, la pena di morte. E durante il processo tutta la xenofobia dei funzionari bianchi – polizia e magistratura – verso gli emigrati, negando credibilità ai testimoni italiani, creando o nascondendo materiali processuali, e indirizzando i testimoni d’accusa.

Solo 50 anni dopo il governatore del Massachusetts, Michael Dukakis, figlio di emigrati, dichiarò a nome dello stato che quel processo era inficiato da razzismo e che ogni onta andava cancellata dalla memoria di Sacco e Vanzetti. Ricorda quella scena del film di Roberto Benigni in cui Johny Stecchino si chiede perché il boss Cozzamara ce l’avesse con lui: “Vabbeh, gli ho ammazzato la moglie, ma poi gli ho chiesto scusa. E che sarà mai!”.

Ne parlammo a Villafalletto, paese natale di Bart, nel sessantesimo dei fatti, nel settembre 1987, con la F.A.I., il Centro Studi Pinelli, lo storico Luigi Botta e l’Istituto Storico della Resistenza di Cuneo. In previsione del Convegno, nell’agosto, Vincenzina Vanzetti, sorella di Bartolomeo, classe 1904, non volle più parlare di revisione del processo, tentativi di iter per l’innocenza o altro: “Le cose sono andate come sono andate e tutto il mondo sa che Bartolomeo e Nicola sono innocenti, furono due martiri”. Come anarchici condividemmo il suo pensiero per lo stesso identico motivo per cui non ci importa revisionare il processo per Franco Serantini o Giuseppe Pinelli. La memoria sociale ha già acquisito la verità storica senza delegarla ai tribunali. E la memoria di Sacco e Vanzetti parla della mobilitazione internazionale sia durante il processo, sia dopo la morte. Fu coinvolto il mondo intero, dall’Europa, nonostante il fascismo, al SudAfrica, dalla Cina all’India, al SudAmerica; e ricordiamo l’azione di Severino Di Giovanni in Argentina. Ne parlarono Ronald Creagh e Osvaldo Bayer, ed ora, a fine anno, uscirà l’intera opera dello storico Luigi Botta sull’intera vicenda, grazie anche alle carte di quello che fu il Comitato di Difesa di Aldino Felicani, che egli depositò interamente alla Pubblic Library di Boston, dove ormai si trovano tutte le carte americane. Ricorderemo Nicola e Bart il prossimo 2027, a cento anni dalla morte. Con lo stesso animo di rivolta, pensando alle politiche degli Stati verso i mille e mille Sacco e Vanzetti ai confini dell’Occidente.

Antonio Lombardo

Archivio-Biblioteca Primo Maggio, Orani (Nuoro)

 

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